“Un nome qualunque non esiste, per così dire
non si dà in natura: ogni nome reca una certa carica
di destino”, così si esprimeva Tommaso Landolfi
in A caso e così appare, invero, la trepida atmosfera
che avvolge la scelta di un nome o il piacere di portarlo.
Esso, in fondo, è il primo ed esclusivo elemento identificativo
dell’uomo, poiché, nella famiglia, lo lega ad
una matrice d’appartenenza, cioè alle radici
genetiche, e, nella comunità, lo esonera dall’anonimato,
elevandolo a soggetto definito.

|
n.1 |
Il nome suggerisce già l’etnia di provenienza,
la lingua dell’espressione orale e scritta e, sovente,
la confessione religiosa, unita ad usi, costumi, consuetudini.
Ecco da dove può scaturire un primigenio destino, ossia
quella deterministica componente vitale da cui costruire un
iniziatico percorso d’esistenza ed affacciarsi alle soglie
del mondo. Di “nome e presagio”, ossia di “nomen
omen”, parlava Plauto ne Il persiano ed anche Faulkner,
in Luce d’agosto, scriveva che “il nome di un uomo,
in genere considerato una semplice espressione sonora di quel
che un uomo è, può in qualche modo essere una
sorta di presagio di quel che sarà, se si riesce ad afferrarne
in tempo il significato”. Esso comporta un tale intimo
sigillo da procurare intimi sussulti emotivi fra soggetto e
suono del nome. Vi può essere compiacenza nel pronunciare
il proprio nome, riserbo, timore o, addirittura, pericolo.
La storia insegna, infatti, quali conseguenze, talora efferate,
abbia indotto la subitanea individuazione patronimica del gruppo
di appartenenza e quale diverso destino poteva essere riservato
a molti individui se fossero nati in altre aree geografiche
o in diversi contesti sociali. Queste, forse, furono alcune
delle motivazioni che indussero Georg Ehrenfried Groß,
nato a Berlino il 26 luglio 1983, a optare per uno pseudonimo,
George Grosz, con il quale è universalmente conosciuto
e riconosciuto come uno dei massimi protagonisti dell’arte
mondiale della prima metà del XX secolo. Il nome adottato
suona, comunque, quasi come antitesi all’“ombra”
junghiana, concetto che il sommo psicologo svizzero coniò
per siglare la netta distinzione fra il mondo interiore e quello
esteriore, ossia per evidenziare quelle caratteristiche che
l’individuo non riconosce come proprie. Ma oggi, nel vortice
globale della dimenticanza, il nome dell’insigne artista
tedesco sembra attestare quanto Lucano asseriva nel poema epico
Farsaglia, e, cioè, che, nella realtà, “rimane
l’ombra di un grande nome”. Allora, è tempo
di uscire dall’“ombra” junghiana, di dar corpo
all’“ombra” rilevata da Lucano e di tornare
a ricordare la straordinaria esperienza artistica di un propositivo
ed inconfondibile esponente del dadaismo berlinese ed internazionale.

|
n.2 |
Più o meno amato ed ammirato, a seconda degli eventi
storici e culturali, George Grosz si conferma tuttora quale
insostituibile pietra miliare nel drastico percorso innovativo
delle prime avanguardie del Novecento. Dada, uno dei primi suoni
emessi dal bambino, sembra essere stato il termine trovato casualmente
sul dizionario Pétit Larousse Illustré ed eletto
da un gruppo di artisti e letterati, fra cui Arp, Janco, Tzara,
Ball e Hülsenbeck, che frequentavano, a Zurigo, il cabaret
Voltaire. Come afferma Arp, fu, in verità, Tzara a pronunciare
per la prima volta questa parola l’8 febbraio 1916, alle
sei di sera, al Café de la Terrasse della città
svizzera, destando in tutti un grande entusiasmo. Arp, in sintonia
con Tzara, per il quale “Dada non significa nulla”,
nella sua dichiarazione, asserisce inoltre: “Sono convinto
che questa parola non ha alcuna importanza … Quello che
a noi interessa è lo spirito di dada ed eravamo tutti
dadaisti prima dell’esistenza di Dada”. Questo termine,
per la sua primigenia spontaneità, fu adottato per individuare,
fin dall’inizio del 1916, un movimento controverso ed
insolito, che si prefiggeva una veemente rivoluzione culturale
e sociale, capace di denunciare e sovvertire, nel fosco panorama
del primo conflitto mondiale, ogni rigido ordine borghese ormai
superato. Rigettando qualsiasi regola artistica già consolidata,
in particolare gli assunti realisti, i dadaisti affossarono
i canoni tecnici della tradizione, a favore di una dichiarazione
totalizzante, incentrata sull’inequivocabile irrazionalità
dell’arte.
L’uso del ready made, del collage, dell’assemblage,
del fotomontaggio sconvolse tutti i principi operativi adottati
fino ad allora e consentì di realizzare immagini inconsuete,
depositarie di un amplissimo ed innovativo campo d’indagine.
Tali fermenti, già esternati dalle sperimentazioni duchampiane
condotte a New York, dilagarono in altre realtà geografiche
e, nello specifico, a Berlino, per opera di Hülsenbeck,
il quale organizzò, nel 1917, un gruppo dadaista, a cui,
fin dal 1918, partecipò, attivamente, anche George Grosz,
investito della funzione di “propagandada”. Il singolare
movimento, pur concludendo la sua sferzante parabola nel 1922,
quando si stavano affermando altre esperienze e, soprattutto,
la stagione surrealista, ebbe l’indiscusso merito di aver
dato vita ad un rinnovamento culturale che avrebbe segnato l’intero
Novecento.

|
n.3 |
Esso esaltò, nell’arte, la completa libertà
di espressione, unita ad icastica cifra ironica, immaginifica
e fantastica. Ma in George Grosz, pittore e disegnatore eversivo,
mordace, dissacratore, il dadaismo andò ben oltre connotazioni
puramente estetiche, dispiegandosi come linguaggio di acuminata
denuncia politica, particolarmente indirizzata, anche con
il possibile uso del fotomontaggio, contro il perbenismo e
conformismo sociale, la rigida istituzione germanica e l’incolmabile
sete di potere della classe dirigente. Fu, in particolare,
il ceto borghese a sollevare indignate reazioni contro l’artista
già alla pubblicazione delle sue prime raccolte di
disegni, duramente denunciati come audaci e volgari, poiché
raffiguranti, in modo assai eloquente, scene in cui individui
ai margini della società, come assassini, ubriachi,
prostitute, erano affiancati a militari e ad esponenti degli
ambienti benestanti. Questo universo di vita era, per di più,
rappresentato in sembianze e situazioni caricaturali, avvalorate
da straordinaria abilità grafica ed incisiva dimensione
satirica. D’altronde, l’artista tedesco fu così
attento osservatore della società del suo tempo da
rinverdire sia una convinzione di Giovenale, secondo cui “è
difficile non scrivere satire”, sia un quesito oraziano
così esplicitato: “Che cosa vieta di dire la
verità ridendo?”. Ma l’arte di George Grosz
si connota, in prevalenza, come caustico messaggio ammonitore
delle atrocità della guerra e del dramma massificante
ed alienante dell’uomo contemporaneo, immerso nella
solitudine della società capitalista. Il grande pittore
fu personaggio senz’altro scomodo per la sua epoca,
poiché esercitò un’ampia influenza artistica
e culturale; egli era ben conscio della forza scarificante
del suo lessico, quando, riferendosi alle sue vignette, amava
precisare che esse risultavano come “disegnate con la
punta del coltello”. George Grosz si era formato in
quel clima radicale e fortemente propositivo che aveva radici
nel primo movimento espressionista tedesco, Die Brücke,
e che, dopo l’asperità bellica, aveva portato
linfa alla creazione della Nuova Oggettività, ossia
di quella corrente, denominata Neue Sachlichkeit, in cui l’artista
svolse la parte di energico demistificatore dell’arroganza
e della violenza perpetrate dai detentori del potere politico.
La sua denuncia pittorica non conobbe limiti e si avvalse
anche di assunti comunicativi futuristi e cubisti, per far
emergere la dilagante ipocrisia, immorale e amorale, di una
società borghese intrisa di una mascherata rispettabilità,
in grado di oscurare la più spregiudicata ed infima
istintualità. Ricordando il pittore tedesco, Giulio
Carlo Argan individuò in lui “… il primo
a scoprire nell’autoritarismo politico, nell’avidità
di potere, nella corsa alla ricchezza, i sintomi della nevrosi,
di una pericolosa e forse mortale follia, di un colpevole
imbruttirsi del mondo”. La protesta sociale di George
Grosz interessò diffusamente anche il coevo ambiente
artistico di Weimar e, particolarmente, le fattive esperienze
condotte in seno al Bauhaus. Egli non abiurò, certamente,
ogni più realistica e polemica raffigurazione della
società di allora e preconizzò le nefandezze
e le efferatezze del totalitarismo hitleriano, di cui fu estremo
oppositore, ma, non pienamente sostenuto, affermò con
delusione: “Realizzai che la gente semplicemente non
notava i miei disegni. Le mie parole di avvertimento si perdevano
nel vento”.

|
n.4 |
Nel 1932, espatriò negli Stati Uniti, nazione che,
d’altronde, aveva ammirato, fin da ragazzo, come unico
stato capace di concreta libertà ed evolutiva modernità.
A tal proposito, George Grosz, nel 1916, scriveva ad un amico:
“Non è necessariamente un’idea romantica
se nella testa di un ragazzo prende piede sempre più
il pensiero di emigrare in un paese vittorioso e straricco
come l’America”. Tale convinzione, supportata
dalle proteste contro gli accadimenti politici interni alla
Germania, indusse l’artista a cambiare, in quello stesso
anno, il proprio nome originario. Nonostante fosse stato uno
dei più strenui assertori dell’estremismo comunista,
ideologia sempre presente nella sua speculazione politica,
il pittore intravedeva, comunque, nel grande stato americano,
la possibilità di un rinnovamento culturale e di un
affrancamento dalle strutture ormai anchilosate della vecchia
Europa.
Lontano dalla sua patria e da Berlino, città in cui
tornò definitivamente nel 1959, anno della sua scomparsa,
George Grosz sembrò aver abdicato la sua spietata forza
artistica a più mitigati canoni lessicali e a più
diffusa esternazione tematica. Si pensò che questo
mutamento fosse imputabile alla sua non più concreta
ed attiva partecipazione agli sconvolgimenti europei, ma un’attenta
analisi delle opere di quei decenni conduce a presupporre
che, se ogni artista è eletta voce del suo spazio e
del suo tempo, anche George Grosz sia stato attratto da una
pittura meno pervicace e veemente, poiché immerso in
un contesto sociale più positivo e costruttivo. Ma
anche l’America non sedò, completamente, i fervori
di una personalità votata alla lotta e non rispose
a tutte le aspettative che l’artista tedesco aveva oggettivato
in un iniziale miraggio di sogno giovanile. D’altronde,
l’inquietudine della sua essenza speculativa, unita
ad un’innata tensione allo scontro pittorico, alimentò
la versatilità di uno spirito poliedrico, talora anche
ambiguo ed ambivalente. George Grosz è stato personaggio
singolare sia come artista, sia come uomo, infatti in lui
si compendiavano e si scontravano variegate personalità,
che hanno condotto ad affermazioni non sempre univoche sulla
sua figura. Egli stesso si definiva come entità eclettica,
nella quale convivevano diversificate sfaccettature esistenziali,
che spaziavano dall’amore per un’estetica raffinata
ed elegante della sua persona all’audace e sarcastica
provocazione pittorica e dialettica, dall’esaltazione
incondizionata della propria individualità all’incontenibile
anelito all’uguaglianza sociale. Una sua lettera riporta
testualmente: “Sono infinitamente solo, vale a dire
solo con i miei alter ego, figure fantomatiche che trasformano
in realtà i miei sogni, le mie idee, i miei desideri,
... . Dal mio mondo immaginario interiore traggo tre personalità
distinte ed io stesso credo ai ruoli che recitano questi miei
pseudonimi. Col tempo si sono manifestati tre individui chiaramente
definiti: 1) Grosz; 2) Il conte Ehrenfried, l’aristocratico
disinvolto dalle unghie estremamente curate, con l’unico
intento di affinare i propri modi, e pertanto l’individualista
aristocratico per eccellenza; 3) Il dottor William King Thomas,
più che altro una figura compensatrice, pratica e materialista,
dell’essenza materna di Grosz”. George Grosz non
ammirava, certo, l’anonimato e l’accondiscendenza
orba e sorda delle masse, poiché a queste imputava,
con estrema delusione, l’autentica causa dell’arrogante
predominio della classe militare e dirigente. In esse riscontrava
quell’apatia e quell’ignavia intellettuale che,
a suo parere, costituivano la principale motivazione dell’ascesa
totalitaria e dell’involuzione politica e bellica. In
alcuni scritti dell’artista si legge: “…
le masse umane sono gentaglia, una mandria di vitelli facilmente
influenzabili, a cui non piace altro che scegliersi i propri
macellai”, o ancora: “… più uno osserva
con precisione, più le cose e le persone diventano
misere, brutte e spesso assurdamente ambigue”. Ma al
di là delle personali convinzioni etiche e sociali,

|
n.5 |
George Grosz merita ampie pagine di storia dell’arte
contemporanea, nonché rivisitate analisi della sua
emblematica parabola artistica, non soltanto per le inimitabili
connotazioni segniche, cromatiche e strutturali, ma soprattutto
per l’inconfondibile e parossistico apporto al rinnovamento
della dinamica evolutiva dell’arte del XX secolo. Egli
enucleò e dipinse la psiche umana, tanto che, nella
sua autobiografia, Un piccolo sì e un grande no, pubblicata
nel 1946, riprese una sua considerazione, formulata nel 1920,
nella quale sosteneva: “Tutte queste cose, la gente
e i fenomeni, io li disegnavo meticolosamente. Non ne amavo
nessuna, né ciò che vedevo ai ristoranti, né
ciò che vedevo nelle strade. Avevo la presunzione di
considerarmi uno scienziato, non un pittore o un satirico”.
Senza la sua energica esperienza espressiva, l’epopea
creativa più moderna risulterebbe tarpata di una scintilla
rivoluzionaria, ossia di un incendio che si conferma come
luce e fuoco di conquistata esplorazione mentale e di inestinta
sferzata all’arduo processo della progressione speculativa.
In un appello del 1920/21, rivolto agli artisti, George Grosz
li incitava ad uscire dalle loro stanze, dal loro isolamento
individuale, a lasciarsi coinvolgere dalle idee della gente
che lavora e ad aiutare la lotta contro la società
corrotta. In un altro testo, assai veemente, dello stesso
periodo, scriveva: “Vi sforzate forse di vivere e di
capire il mondo di idee dei proletari e di innalzarlo contro
gli sfruttatori e denigratori? … Vi siete mai chiesti
se non sia ora di smetterla con le vostre decorazioni di madreperla?
… I vostri pennelli e le vostre matite, che dovrebbero
essere armi, non sono altro che cannucce di paglia”.
Già i disegni realizzati nel 1912/13, imperniati talora
sulle vivide atmosfere del circo o dei luna park, si volgono
spesso ad una feroce denuncia di orge erotiche e di crimini,
evidenziando anche l’abbrutimento della società
e l’incubo urlato o muto della disperazione. La fine
del tragitto, del 1913, coniugante omicidio e suicidio, conferma,
nelle figure ormai senza vita, la completa caduta di valori,
la vittoria della materialità sull’essenza spirituale,
l’asfittica degenerazione sessuale. Il segno, caustico
e graffiante, accende un realismo non naturalistico di potente
sconforto emotivo, capace di prevaricare l’ideale romantico,
periglioso ma dinamicamente integro e vivifico. Anche Rissa
all’osteria, del 1912, e Delitto a sfondo sessuale,
del 1913/14, insistono sugli abissi della violenza, tradotta
nella furia scatenata di gesti ed invettive o nello scomposto
abbandono di un corpo vilipeso. I primi dipinti ad olio, risalenti
al 1916, appaiono come interpretazioni pittoriche dei disegni,
basate su linee ad inchiostro precedentemente tracciate e
studiate quali delimitazioni perimetrali di spazi scanditi
dal colore. In particolare, gli abbrivi dell’esperienza
ad olio sono esplicitati in due opere consonanti, di forte
impatto cromatico e compositivo, Suicidio e Il malato d’amore,
strutturate su assunti espressionisti e futuristi e concepite
su uno straniante connubio di interno-esterno, di interiorità-esteriorità,
capace di evocare l’“ombra” junghiana dello
smarrimento. Se nell’una, il suicidio, consumato su
un terreo sfondo erotico-letale, implica pure la folle alienazione
metropolitana, nell’altra, il male di vivere sgorga
da una sofferenza d’amore, greve di un’atmosfera
intrisa di eloquente simbologia di morte. Già in un
disegno del 1914, Pandemonio, George Grosz aveva indagato,
con terrificante lucidità, l’efferata apocalisse
indotta dallo sconvolgente turbine esistenziale della grande
città; questo tema venne ripreso in un dipinto del
1916/17, The City (Metropolis), in cui lo stordimento individuale
e collettivo scaturisce da un assemblaggio scenico che, con
roventi cromie oscurate, vibra delle impetuose pulsioni della
dissennatezza e del caos onnicomprensivo della furia umana.
Ugualmente efficace, per esondante coinvolgimento emotivo
e per illimitata carica distruttiva, è il quadro Esplosione,
del 1917, svolto sempre su livori espressionisti e stilettate
futuriste, ma con accenti di graffiti e di segni elementari.
Nel tema relativo alla società urbana, l’artista
raggiunse apogei di assoluta levatura con l’opera Dedicato
a Oskar Panizza, del 1917/18, che, nel nome di un severo ed
inflessibile oppositore ad ogni forma di regime, coagula,
con evocativi sentori medievali, il marasma di una folla poliedrica,
esagitata, dolente o inneggiante, in cui le sembianze fisionomiche
umane sottendono, nelle loro deformazioni somatiche, l’assurda
bestialità dell’uomo, costretto e plasmato dalla
barbarie metropolitana. Il dipinto insiste sulla miopia delle
masse, sulla perversione della guerra, sulla pericolosità
di una società ineluttabilmente suicida.
 |
n.6 |
E sul vergognoso disordine collettivo domina la morte, come
indomita regina, ebbra e vorace di vittime vocianti. Sempre
a composizioni tardomedievali, elaborate su innesti espressionisti
e futuristi, si informano due opere miliari del percorso artistico
di George Grosz, Germania, una fiaba d’inverno, del
1917/19, e Le colonne della società, del 1926.La prima,
ritenuta una delle realizzazioni pittoriche più importanti
in seno alla critica sociale del XX secolo, si fonda su una
calibrata struttura d’insieme e si sviluppa su una verticalità
di incidenze geometriche che, con cromie rigorose ed assonanti,
consentono profondità di scansione ritmica. Fulcro
nodale del dipinto è la figura seduta di un borghese
filisteo, dallo sguardo consapevole della sua soddisfacente
condizione di vita. In primo piano è rappresentato
il triumvirato di tale appagante status sociale, personificato
in un prete, in un militare, in un insegnante, ma, quale inquietante
presenza, si staglia, nell’estremo angolo sinistro del
quadro, il profilo adirato e corrusco del pittore. La rappresentazione,
ironica e drastica, incentrata sulla società tedesca
della metà del XIX secolo, è inconfutabile dichiarazione
delle scabre denunce politiche dei dadaisti berlinesi. Il
secondo dipinto annoverato, molto amato dall’artista,
riprende il tema del citato triumvirato, elevandolo a una
mordace satira politica e sociale, strettamente connessa ad
una figurazione volutamente impietosa di personaggi che, nell’allegoria
delle loro funzioni, attestano prevaricazione, chiusura mentale
e prodromi di morte. Analoghe riflessioni scaturiscono da
un’altra splendida opera dell’artista, L’ingegner
Heartfield, del 1920, la cui figura, formulata nel geometrico
interno di una stanza, è potentemente individuata dal
volitivo ma incombente profilo del volto, dai toni grigioverdi,
che amplificano una litica inflessibilità d’animo.
Artista certamente coraggioso ed irriverente, George Grosz
fu oggetto di reiterate critiche, denunce ed accuse di vilipendio;
egli, però, non si arrese mai e continuò a deprecare
malvagità, corruzione ed atrocità insite in
una borghesia che non aveva soltanto permesso lo scoppio di
un devastante conflitto bellico, ma anche l’ascesa luttuosa
del nazismo. Il pittore comprese pure le problematiche conseguenze
psicologiche e sociali derivanti dall’aggressivo sviluppo
delle macchine, considerato come primo imputato di una progressiva
alienazione intellettuale dell’uomo. Per esprimere tale
indignazione, egli si rivolse a canoni metafisici che, in
opere del 1920, quali Senza titolo e Automi repubblicani,
si concretizzano in algide sintesi architettoniche e spaziali
ed in figure che appaiono robot e manichini senza volto e
identità. Allo stesso anno risale anche il collage
Daum sposa il suo pedante automa George nel maggio 1920, John
Heartfield ne è molto felice, realizzato dall’artista
in occasione del suo matrimonio con Eva Peters, in cui, quasi
ludicamente, egli si ritrae come un automa noioso e asfittico,
mentre la moglie appare in procaci sembianze e in veste di
ammaliante bambola. Un’ulteriore formulazione di uomo
automatizzato, inserito in freddi spazi metafisici, è
attestata in Giorno grigio, del 1921, dipinto che insiste
sulla netta ed invincibile separazione fra il mondo borghese,
benestante ed arrogante, rappresentato dal personaggio in
primo piano, e quello della classe operaia, sottomessa e prostrata.
Uno spesso muro individua questa assurda dicotomia e, oltre
tale soglia di separazione, un anziano mutilato di guerra
è emblema delle ripetute crudeltà di una società
classista. Convinto che i responsabili della povertà
e delle miserie umane fossero i custodi dell’ordine,
insensibili alle riforme e al vero progresso, George Grosz
non si arrese mai al silenzio e non cessò mai di gridare,
con inconfondibile voce pittorica, il suo sdegno e la sua
lotta. In Eclissi di sole, del 1926, egli denunciò
l’abdicazione della classe politica, ormai senza autonomo
intelletto, a quella capitalista e militare, prepotente ed
aggressiva. Così, nell’opera, le masse sono ridotte
all’emblematica condizione servile dell’asino,
metafora del non significante e del non pensante.
 |
n.7 |
Ma già nei disegni I comunisti cadono e la valuta
estera sale, del 1919, e Alle 5 del mattino!, del 1920/21,
l’artista, scindendo o contrapponendo i due opposti
versanti, quello della società borghese capitalista
e quello del ceto proletario, sottolineò sia l’indifferenza
delle classi benestanti di fronte all’eccidio comunista,
perpetrato a loro favore, sia la dissolutezza delle orge dei
ricchi, protratte fino all’alba, quando invece gli operai
si stavano già dirigendo al lavoro. In entrambe le
opere è evidente quella contemporaneità di azioni
che si risolve, invero, in una netta separazione di realtà,
tradotta in divisione di spazi. Ripetute furono le accuse
inferte all’artista per vilipendio delle forze armate
e della morale pubblica; infatti, già condannato per
la cartella Dio con noi, del 1920, basata su caricature di
militari, egli fu ancora accusato per la pubblicazione della
cartella Ecce homo, del 1922, in cui venivano smascherate
ingordigie e vizi erotici dei ceti sociali considerati rispettabili.
Successivamente, fu denunciato anche per blasfemia, in particolare
per il disegno Cristo con la maschera antigas, del 1927, originariamente
intitolato Tenere la bocca chiusa e continuare a servire.
Ma George Grosz, seppur motivato a dipingere sotto la spinta
dell’odio provato verso le malversazioni politiche e
sociali, rivelò sempre un fermento interiore votato
all’affermazione di ideali di libertà e di moralità.
Nella ritrattistica, la vena espressiva si tinge dei colori
più caldi dell’introspezione, come nel Ritratto
del poeta Max Herrmann-Neisse, del 1925, fortemente intimistico
ed assorto; nei paesaggi, invece, l’irruente spessore
creativo si stempera, sovente, nell’elegia di colori
solari ed euritmici, di cui è significativa attestazione
Paesaggio presso Pointe Rouge, del 1927.Ma al di là
di sporadici momenti concessi alla quiete pittorica, siglati
dalla critica come periodi meno incisivi ed efficaci, Gerge
Grosz sviluppò sempre una poetica d’attacco,
anticipando futuri accadimenti politici e storici. L’agitatore,
del 1928, è eclatante dichiarazione ammonitrice dell’ambiguità
di un uomo che, con aggressive ed opinabili promesse di diffuso
benessere, cela un’incontrollabile avidità di
potere e di sopraffazione. Ma la denuncia pittorica dell’artista
non ebbe adeguato ascolto, nonostante gli inequivocabili avvertimenti
espressi in opere come Progresso, disegno del 1935/36, che
mostra una truculenta figura di esecutore criminale nell’atto
di abbandonare per strada la vittima della sua violenza. Di
terrificante impatto emotivo risulta, poi, il dipinto Caino
o Hitler all’inferno, del 1944, in cui l’artista,
in un virulento oceano di morte, sigillò un ipotetico
inferno biblico, simile a quello realistico, sulla terra.
Negli anni americani, il pittore dipinse varie opere dedicate
in particolare a New York, ma con accenni diversi dal disegno
Ricordo di New York, del 1915/16, in cui viene evocato il
vitale frastuono di un mondo giovane, contraddittorio ma affascinante.
Infatti, in opere grafiche, come Broadway, New York, del 1932,
oppure in creazioni pittoriche, come Orizzonte di New York,
del 1951, l’artista svelò, asetticamente, la
realtà di una città metropolitana in cui era
difficile integrarsi pienamente per un emigrato europeo. In
Germania, intanto, si svolgevano, negli anni
 |
n.8 |
Trenta, le varie esposizioni di “Arte degenerata”,
in cui furono esposte anche opere di George Grosz, ma egli
non fu particolarmente reattivo a tali scandali artistici,
poiché ormai rassegnato e deluso. Nacquero, così,
nell’immediato dopoguerra, i suoi “stickmen”,
ovvero “omini-stecchini”, che il pittore concepì
come allegorie del nulla, presenze grigie, senza ombre, attonite
od agguerrite metafore di totalizzante disillusione esistenziale.
Il pittore del buco, sradicato, del 1947/48, è eloquente
testimonianza di un artista visto come cosciente presenza
del niente assoluto, permeata di ricordi, ma circondata da
tele bucate. La parabola artistica di George Grosz, vivida
di allegorie del reale, si proietta, invero, all’eterno
universo dell’arte, poiché è giunta, con
beffardo sarcasmo, intriso di dolorosa tristezza, ad elevare
a verità corale dell’esistenza umana l’improba
lotta contro la dimensione più terrena e deviante dell’essere.
Le ultime opere dell’insigne pittore, incentrate su
una serie di fotomontaggi ad echi dadaisti, di collage consonanti
con la Pop Art, ricordano la sensibilità estremamente
versatile di un artista che in Grosz clown e ragazza di varietà,
del 1958, non teme di ritrarsi come un clown triste e folle,
calato in un corpo di ballerina, sullo sfondo delle sfavillanti
luci newyorkesi. E con lo sguardo rivolto all’alto ed
un sorriso denso di malinconia, il pittore sembra congedarsi
dal palcoscenico di un mondo che lo aveva prepotentemente
coinvolto, ma che non era riuscito ad assorbire ed esprimere
etici ed egalitari ideali di vita.
tratto da Arte e Carte n.7
Biografia
Nacque il 26 luglio 1893 a Berlino , il primo incontro dello
scolaro Georg Grosz con I quadri avviene al circolo ufficiali
degli ussari del reggimento Blucher di Stolp , gestito da
sua madre . Le uniformi, le drammatiche rappresentazioni di
battaglie storiche stimolano la fantasia del ragazzo al disegno.

|
n.9 |
Dopo esperienze di disegno in modi raffinati
di elementi figurativi popolari 1913/14,sono gli eventi bellici
della 1° guerra mondiale a forgiare l' espressività
di Grosz, anche se la sua permanenza in guerra è breve
e si conclude nel maggio 1915,quando viene congedato per malattia
.Il breve periodo bellico è sufficiente tuttavia a
fargli cogliere l' orrore della carneficina che si stà
consumando sui campi di battaglia in tutta Europa ,milioni
di proletari gonfiando le tasche dei latifondisti ,fornitori
di grano e dei grandi produttori d' armi, come Krupp in Germania
, e gli Agnelli in Italia , muoiono in silenzio nel fango
putrido delle trincee, o tra i corpi disarticolati e sanguinanti
dei compagni poco prima caduti in un assalto.
Grosz aderisce al movimento dadaista,che era stato introdotto
a Berlino da Zurigo nel 1918, prima di obiettivi stettamente
politici il Dada si proponeva la dissacrazione dei valori
borghesia della sua estetica accademica in arte e del suo
conformismo . Nel 1920 Grosz , Hausmann e Heartfeld organizzano
nella galleria di Otto Burchard a Berlino la prima mostra
dada .
Figurano anche lavori di Marx Ernst e,Otto dix . Grosz con
Heartfel appende al soffitto la raffigurazione satirica di
un pupazo con sembianze di soldato tedesco con la testa di
maiale , fatto che causerà la reazione indignata delle
istituizioni che giudicano tale gesto come oltraggio all'
onore del Reich , saranno denunciati e condannati a pagare
un' ammenda. Grosz fonda le riviste politico satiriche "Die
Pleite " e "Der blutige Ernst "tutte in ambito
dadaista e ne cura personalmente le illustrazioni.
La sconfitta della guerra nel 18 e il crollo del sistema autoritario
dell' impero, in Germania, fanno precipitare la borghesia
in una crisi profonda,essendo ancora legata ai valori dell'
idealismo tedesco .Idealismo che gli artisti tedeschi sono
i primi a contestare ,rifiutando in blocco la cultura autoritaria
e classista che con la guerra aveva fatto sprofondare le classi
meno abbienti nel baratro della miseria , negli anni 14 /18
muoiono in Germania di fame 750000 persone. Gli alti costi
dovuti all' impegno bellico ,mentre arricchiscono I ceti più
abbienti distruggono le classi medie, l' inflazione sale a
dismisura e i salari non tengono il passo dei rincari ,per
un dollaro occorrono milioni di marchi..Mentre il 19 gennaio
1919 alle elezioni in cui votano le donne per la prima volta
,vince la socialdemocrazia tedesca , poco prima , il 15 gennaio
la "lega di Spartaco " a Berlino, tenta l' insurrezione
ma viene soffocata nel sangue ,cadono Rosa Luxemburg e Karl
Liebknecht.
A metà febbraio nella Ruhr inizia un ' azione di sciopero
che coinvolge 180.000 operai ,che si estenderà anche
ad altre zone , ma vede l' immediata reazione dei "Freicorps
"milizie volontarie dirette dagli Junker ,i latifondisti
che dalle rivendicazioni operaie , temevano la minaccia ai
loro privilegi.Anche questa ondata di proteste finirà
nel sangue e 1200 scioperanti finirono sotto il fuoco dell'
esercito di Von Luttwitz.
Oltre a Grosz operano sul filone del "verismo sociale"
anche artisti come Max Beckmann ,Otto Dix, Otto Griebel ,l'
associazione degli artisti rivoluzionari tedeschi "la
Asso "legata al partito comunista creata nel 1928 cerca
di spingere il verismo sociale ancor più in una direzione
politica e rivoluzionaria , ma nonostante il successo iniziale
nel 33 l' insediamento di Hitler al potere la pone fuori legge
, e molti dei suoi membri sono costretti a fuggire o finiscono
perseguitati .
Grosz vive a pieno le tensioni del suo tempo e le interpreta
con discontinuità dopo il periodo militante in favore
della lotta di classe alterna tra il il 26 e il 28 una produzione
di paesaggi e nature morte comuni definite da lui commerciali
, ma dopo il 33 pur nel ripensamento critico della sua opera
satirica e allineata al movimento socialista ,riprende una
produzione su temi antifascisti .Dopo la guerra recupera alcune
forme espressive del movimento "dada "e con I collages
si avvicinerà alla pop art .
|
|